L’amore finisce dove finisce l’erba. Silvia Canton, da una pratica di resistenza a una poetica della relazione. Tra Arte e Ambiente. – Martina Cavallarin
Quello che mi colpisce è la partecipazione attiva e l’impegno personale di Silvia Canton nello stabilire una narrazione più che artistica, nonostante il suo unico medium sia l’arte. E questo la nostra artista lo rende possibile mediante una grammatica costruttiva che va oltre la semplice epifania estetica, quella che compie l’opera esibendosi al cospetto del pubblico. La sua opera, pur mantenendo una forte componente di fascino e di potenza, non senza sforzi compie e afferma una traiettoria orizzontale rizomatica, alzando il livello dal soggettivo al collettivo. Silvia si avvale di un metodo e tanti specifici sussidi come una direttrice d’orchestra, un’investigatrice olistica, o un’archeologa che scova e riordina i reperti, o una regista. Silvia con assoluta maestria eleva il dettaglio a soggetto e intessendo relazioni tra le parti, incluse le informazioni utili di tecnica e scienza, compone e dirige gli sforzi restituendoci un’opera che parla a tutti con evidenza.
Questo il senso del titolo che vuole dire della pratica di resistenza dell’arte di Silvia Canton, pratica che nel tempo, partendo dalla resistenza appunto, è arrivata a una vera e propria poetica della relazione.
“Non c’è un filo d’erba solo in un prato. Non c’è un albero. Ma c’è il bosco, dove tutti gli alberi stanno insieme.” Questo scrive Carlo Levi (1.)
La ricerca di Silvia infatti parte da lontano: prima il sughero, poi il racconto della tempesta Vaia e dell’Acqua Granda di Venezia per approdare, temporaneamente ne siamo certi perché il suo sguardo prismatico approderà anche ad altra emergenza, alla urgente questione dolomitica afferente il Bostrico Tipografo. Perché da quella sfera dell’arte che si nutre della complessità del mondo terrestre, tra Arte e Ambiente quindi, l’opera vitale di Silvia, con una capacità di visione da idealista sempre misurata, mette al centro la complessità di mondi in continua trasformazione. E con la sua tecnica e la sua poetica ne modifica il modo di intercedere, e se ne rende indipendente.
Nel tempo i lavori si sono fatti più grandi, più imponenti, più fisici. Ma soprattutto hanno raggiunto una forza e una determinazione che li restituisce a un livello mai esente da fascinazione e bellezza, eppure più crudo e determinato. Elementi per nulla disgiunti dalla capacità di comporre della sua creatrice, persona sempre meravigliosamente in bilico tra ipotesi di grandezza e ipotesi di fallimento. Fallimento inteso come evoluzione progressista, quella che crede nell’espansione dell’errore come modalità accrescitiva in un mondo che non fa sconti né ammette repliche. Oggi Silvia governa con maestria la capacità di mettere a sistema un’opera che non prescinde dalla presenza del contesto, inteso questo come texture che ingloba una quantità di segni che, insieme, si fanno organismo (2.).
L’opera di Silvia è hortus conclusus di un sito archeologico nel quale mappare, documentare, evidenziare, preservare, restituire.
La mostra L’amore finisce dove finisce l’erba. Dopo Vaia, il bostrico tipografo, ha visto catalizzare l’attenzione della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia. La Sala del Camino, collocata sull’isola della Giudecca e una tra le prestigiose sedi della Fondazione, si presenta come un grande spazio rettangolare definito da una teoria di finestre che si aprono su entrambi i lati maggiori. Il grande camino architettato sul fondo si fa elemento iconico che dà origine e nome al luogo.
Il visitatore è invitato a entrare attratto da una serie di schermi che in loop rimandano due video. Viaggio tra i boschi che cambiano, prodotto da L’AltraMontagna, documenta il viaggio – intrapreso da Pietro Lacasella e Luigi Torreggiani – tra i territori più colpiti dalla tempesta Vaia. Questo il disastro che, assieme all’innalzamento climatico, ha alimentato l’epidemia e fatto proliferare il Bostrico Tipografo. Nel documento vengono affrontate tappa per tappa alcune delle principali riflessioni che questi due fenomeni fanno emergere. In particolare gli autori si soffermano sul rapporto che oggi l’uomo, nel tempo della crisi climatica, instaura con gli ecosistemi.
Emergenza Bostrico: sostieni la ricerca per salvare i boschi è il video prodotto da l’Università di Padova ed è volto a sostenere due borse di dottorato di cui una è stata già finanziata e attivata il primo novembre. Il documento, che riporta le interviste ai docenti Emanuele Lingua, Massimo Faccoli e ai loro ricercatori, descrive alcuni punti chiave del progetto di ricerca sul Bostrico ed è condotto dai Dipartimenti Territorio e Sistemi Agro-forestali (TESAF) Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse Naturali e Ambiente (DAFNAE) dell’Università di Padova.
Sulla destra uno spazio delimitato da contropareti accoglie fotografie di grande formato stampate in bianco e nero e incollate sulle superfici verticali. Le immagini raccontano il processo che sta a monte dell’opera, le fasi di raccolta e di lavorazione, l’artista mentre cesella e costruisce, scene di declivi dolomitici e laboratori nei quali le componenti dell’opera si abbandonano alla trasformazione, e alla restituzione.
Lo spazio delimitato dal camino sul fondo della sala ospita un tavolo con due sedie. Il visitatore è sollecitato a sedersi, sfogliare il libro appoggiato sul ripiano e mediante delle cuffie audio, ascoltare l’autore che ne recita alcuni stralci. Si tratta di Sottocorteccia, scritto da Pietro Lacasella e Luigi Torreggiani con la supervisione scientifica del Prof. Massimo Faccoli ed edito da People in collaborazione con L’AltraMontagna. Sottocorteccia gode di un andamento in bilico tra saggistica e diario di viaggio e vede i suoi autori affrontare il problema del bostrico dal punto di vista forestale e antropologico, indagando così il rapporto complesso tra esseri umani, alberi e insetti.
Al centro della sala, una foresta, o qualcosa che le somiglia. Il pavimento sconnesso è costituito da parallelepipedi di sughero di differenti altezze. Sopra di essi le pitture/sculture di Silvia Canton si presentano totemiche, liriche e indaginifiche, a riecheggiare l’essenza del progetto. Si tratta di un principio di evocazione che funziona mediante l’apparizione di opere potenti e bellissime sulle quali l’azione del Bostrico, evidente e complessa nella sua crudezza, lascia spazio ad altri ricami orchestrati dalla mano dell’artista e da materiali plurali tra i quali la presenza dell’oro ne costituisce l’elemento distintivo.
Non c’è accesso all’interno di questa installazione, solo pura contemplazione. Girarci intorno stimola vista e sensi, toccare è una tentazione alla quale è vietato abbandonarsi.
Si diceva di Sottocorteccia, libro che ha dato il via all’intero processo di ricerca di Silvia sulla epidemia del Bostrico. Dopo anni a lavorare sull’ambiente con il sughero come materiale iconico prediletto, la lettura di questo libro ha mosso dalle fondamenta la sua poetica. “Era l’autunno del 2023, e mentre Luigi e Pietro avevano iniziato a scrivere il loro libro, io stavo sperimentando artisticamente le cortecce attaccate dal Bostrico”, scrive Silvia. E prosegue: “…fin dall’inizio della mia indagine artistica Luigi è stato il mio punto di riferimento a fronte di curiosità, dubbi o informazioni sull’argomento. E proprio perché stavamo sviluppando due studi paralleli sullo stesso tema ho pensato che sarebbe stato interessante raccordare i nostri due punti di vista, tra Arte e Scienza.”
Sottocorteccia è stato pubblicato nella primavera del 2024, mentre la determinazione di Silvia la vedeva camminare tra distese di alberi abbattuti, reperire il materiale, portarlo nei laboratori deputati a sterilizzazione e pulitura, per lavorarlo infine nel suo studio.
Quella analizzata e composta nell’opera che si fa veicolo e messaggero di relazioni è emblema di una tregua possibile. Se in natura il Bostrico si è fatto distruttivo, tradotto nell’opera diviene qualcosa d’altro: con il pensiero dolce ma determinato dell’Arte, una direzione possibile in un mondo al collasso è una speranza reale. Il Bostrico cesella, ricama, scava, demolisce ma arricchisce, se il punto di vista è estetizzante, se l’Arte se ne impossessa con il solo obiettivo di veicolare un’urgenza, alzare il livello di attenzione, catalizzare sguardi e voci rivolti all’unisono su temi ambientali e sociali. La mostra nella sua espressione corale, tra opera singola e complesso di opere installate in colloquio nello spazio veneziano, costruiscono un perimetro circolare iconico foriero di cambiamento e speranza. Sentimento quest’ultimo che non vuole rimuovere né cancellare la realtà ma, attraverso la protesi dell’arte, instaurare una dimensione dialettica aperta a un cammino di coscienza.
La pratica artistica di Silvia, ricca di sedimentazioni e intercessioni linguistiche, analizza non senza timori e reticenze protocolli che cuciono insieme mondo naturale e artificiale, muovendosi nella duttilità, con comprensione e inclusione. La traduzione che la nostra artista mette in moto mediante i materiali, le tecniche e le cromie connessi, è concetto necessario per progettare in stato di emergenza, per tradere – non solo da un linguaggio a un altro linguaggio, bensì trasportare un concetto da un capo all’altro – e durante questo tragitto stabilire tremiti e identificare interstizi.
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo.E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro.L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.(3.)
- Carlo Levi, L’orologio, Einaudi 1989, Torino.
- Per questo pensiero sono debitrice ad Andrea Carandini, La forza del contesto, i Robinson / Letture, Editore Giuseppe Laterza & Figli Spa.
- Versicoli quasi ecologici di Giorgio Caproni.
