C’è un lavoro di Silvia Canton che da solo potrebbe spiegarne l’intera poetica: Il grande pesce. È una marea montante di oro e di terre in cui il frammento di sughero vergine che dà il titolo appare come una ferita bruna al centro, mentre intorno la materia è ruvida, scabra. Se il tema vuole spingerci a pensare al mare, le tonalità su cui si gioca la tavolozza sembrano portarci invece verso un sottobosco brullo, autunnale. È un’opera forte, difficile e bellissima. Bella di quella sua semplicità primitiva che sembra parlarci di un caos primordiale non ancora ordinato e che vanta ascendenze importanti. Una su tutte quella di Alberto Burri. C’è la tela grezza di Burri in quelle terre luminose e cangianti, e ancora è Burri a sussurrare nel sughero che catalizza lo sguardo, bruno e coriaceo come i suoi cretti.

L’arte di Silvia Canton è una fusione di materia pittorica selvaggia e di suggestioni nobili che rimandano alla grande storia dell’arte. Di istinto e di controllo. Di sentimento e di ragione. E la nuova serie che vede come protagonista il sughero segna un punto nodale nell’evoluzione dell’artista. Asciugato il lirismo dei lavori precedenti, Silvia Canton trova nell’introduzione dell’oggetto la maniera per dare ulteriore spazio alla sua sete di spessore e di realtà. Il sughero vergine è un elemento naturale che lei può lavorare ma che possiede anche una sua indomabilità. Lo ama così, autentico e vivo, e spesso sceglie proprio frammenti che portano ancora su di sé tracce della vita vegetale che circondava la pianta. La natura vera viene così a inserirsi dentro una narrazione sostanziata, sì, di natura, ma che di questa natura non si limita a darci un resoconto: si tratta piuttosto di un percorso di consapevolezza, un’analisi che punta a recuperare la storia di quella natura fino alla sua elementarità primordiale e fino al dettaglio delle sue infinite e inesauribili metamorfosi. Del suo divenire.

I pesci sono un elemento ricorrente, anche per la simbologia religiosa. Oltre a Il grande pesce c’è lo spettacolare Mattanza, dove la forma è ricostruita per sezioni e dove la morte di un piccolo animale appare circonfusa di una drammaticità solenne. E poi c’è il pesce d’oro di Amo, che ci fa pensare al primo pesce, al padre di tutti i pesci, mentre quel mare rosso e rugginoso sembra sgorgare da un cuore che batte.

La narrazione, muovendosi trasversale tra gli stili pittorici e tra i generi, ci prende per mano e ci riporta all’origine, alle radici. E se ai primordi della natura rimandano le opere che alludono al caos, ai primordi dell’uomo ci portano lavori come Piccola madre, dove il sughero incrostato di residui vegetali si fa utero, abbraccio, e dove l’andamento circolare dello sfondo rivela il pulsare di una luce rossa come un piccolo cuore.

La figurazione resta sempre in agguato. A volte solo come allusione, altre volte come un indizio. Poi altre volte ancora questa figurazione appare decisa, esplicita. Come nel delizioso Ofelia, dove il viso femminile, minimo ma fondamentale, è investito da una fiammata di materia ardente.